giovedì 21 febbraio 2019

SAN SOSTI, loc. Murtiddri: ruderi della chiesa di Santo Stefano


E' una località posta a est del centro abitato di San Sosti, dove si conservano imponenti ruderi di una chiesa medievale.
Di straordinario interesse archeologico sono i ruderi della chiesa intitolata a Santo Stefano conservati in località Murtille, posta N.E. del centro abitato di San Sosti. Nel Bios di San Nilo di Rossano è menzionata la chiesa di Santo Stefano ad est del Kastron posto sulla collina, ad Est del Monastero di AgiosSostis.

E' una trinavata orientata Ovest-Est di cui si conserva l'arcata della navata sinistra. La navata centrale era illuminata da una fila di cinque finestre aperte sull'imposta della volta. Gli archi si presentano monumentali, a tutto sesto realizzati con blocchi di arenaria, pietre sbozzate a zeppe e laterizi. L'edificio ha subito rifacimenti strutturali in età post-medievale, periodo in cui, forse fu rititolata a San Martino, individuabili nella muratura. L'ingresso all'edificio è posto sul lato corto della struttura esposto ad Occidente; sulla parete interna della navata, al di sopra degli archi, si nota il piano d'appoggio delle volte. Sul lato Est si conserva parte del presbiterio della navata laterale. La chiesa fu abbandonata in età post-medievale, i materiali edilizi prelevati della struttura, ormai allo stato di rudere, furono utilizzati per la costruzione di due casolari rurali posti a breve distanza.
Nei pressi delle chiesa è stata rinvenuta una moneta bizantina di Leone VI il Macedone (886-912) che attesta l'utilizzo dell'edificio in età bizantina (metà del X sec. d.C.).

           Moneta bizantina (follis) di Leone VI, 886/912 (F/R) Polo Museale della Sibaritide
La chiesa di Santo Stefano sorge nei pressi e sui resti di una grande villa di età romana repubblicana, scoperta recentemente sulla sponda sinistra del torrente Occido. Sul piano di campagna si nota una dispersione di fittili quali tegole, frr. ceramici e materiali edilizi. Da qui provengono due monete in bronzo: una di Costantino Magno (330-337) e l'altra di Costante (337-350). 
Monete: Costantino Magno (330-337/ Costante 337-350). Polo Museale della Sibaritide.

Le monete sono conservate presso il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide.
Sempre dalla Località San Martino proviene un oinochoe miniaturistico baccellato a vernice nera di tipo attico risalente al V sec. a.C.
Oinochoe a vernice nera, V sec. a.C. Polo Museale della Sibaritide.

martedì 5 febbraio 2019

GRATTERI: E' IMPORTANTE RISTABILIRE VERITA' STORICA SENZA PERO' METTERE IN DISCUSSIONE L'UNITA' NAZIONALE!


“l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... - afferma Gratteri. Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... . Le fosse Ardeatine non sono nulla. Per un tedesco ucciso venivano ammazzati 10 romani, mentre per ogni piemontese ucciso, erano uccisi 100 calabresi ... . Io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... . Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... . Lì è proliferato il bribantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi.
Gratteri parla dell’origine della mafia ... affermando in particolare che dopo l’unità d’Italia i ladri di polli sono diventati mafia ... . Lo studio parte dalle elezioni di Reggio Calabria del 1869. “Furono tali e tanti i brogli – racconta Gratteri – che il prefetto dell’epoca fu costretto a sciogliere il consiglio comunale. È accaduto che questo sistema ha partorito un “mostro” ed ha dato una credibilità ai ladri di polli. Il picciotto si interpone nelle controversie, così si comincia a dare legittimazione alla picciotteria. Poi, subito dopo il terremoto del 1908 il governo centrale delega le famiglie che controllano il potere a gestire 180miliardi di lire per la ricostruzione dopo il terremoto. Ci danno il pesce – afferma Gratteri – ma non la canna da pesca perché devono creare dipendenza”.
“La ‘ndrangheta ormai da 40 anni è radicata nel centro e nord Italia, in Europa ed altrove”. “Se un giorno sparissero le mafie, la prima sarebbe la camorra che per prima cosa è criminalità organizzata, in Campania si uccidono per vendere dieci bustine di droga. La ndrangheta invece per far entrare un giovane nell’organizzazione, impiega un anno e mezzo di tirocinio, viene messo alla prova altrimenti viene scartato, quella calabrese è una struttura molto più dura e asciutta”. Gratteri ha anche parlato di Europa: “quello che è accaduto con il terrorismo non mi ha sorpreso per niente, giro il mondo e faccio indagini anche con paesi diversi, siamo abituati a parlare male di noi vi assicuro che l’élite della polizia giudiziaria italiana è molto più avanti, non siamo secondi a nessuno, in Europa le magistrature europee non hanno la cultura del controllo del territorio, la vedo come una prateria dove ognuno può andare a pascolare. Noi abbiamo la legislazione antimafia più evoluta al mondo”.

Inoltre ... 
Il procuratore capo facente funzioni Vincenzo Barbaro che ha parlato di come la ndrangheta si è diffusa anche al nord. “Questa associazione criminale – ha detto – ha esportato il suo modello in tutto il mondo. Se si guardano i decreti di scioglimento dei consigli comunali emerge come in tanti c’è una influenza della ndrangheta. Questa infiltrazione ha una peculiarità sembra infiltrarsi nei piccoli comuni, perché sembra che sia più facile”. “Una vittoria in trasferta – ha detto – alcuni spiegano il fenomeno con il soggiorno obbligatorio del mafioso al nord mentre altri parlano di flussi migratori. Io non penso che queste siano le ragioni del perché la mafia ha attecchito al nord , penso che al nord vi è una sorta di permeabilità ambientale, una convenienza ad accogliere le istanze di chi si andava ad infiltrare”. ...

domenica 25 novembre 2018

ECCEZIONALE SCOPERTA ARCHEOLOGICA: si trova esposta nel museo Artemis di San Sosti un'olla funeraria di tipo protovillanoviano con svastica incisa


________________________________________________________________________________________________________________________________

La svastica è un segno simbolico rinvenuto presso innumerevoli popolazioni dalla preistoria fino in età storica. Variamente interpretato nel quadro del simbolismo solare, essa consiste in una croce con quattro braccia di uguali lunghezza che terminano in altrettanti angoli retti volti verso sinistra. Etimologicamente il termine “svastica” deriva dal sanscrito “svastika” che a sua volta è un derivato di “svastì” (prosperità) , composto dal prefisso “su” (equivalente al greco “eu“= bene), da “asti” (verbo “as” = essere) e dal suffisso “ka” con valore diminutivo. 
La traduzione, dunque, è “benessere”.
Ma assume divìfferente significato in base al suo orientamento: se è rivolta verso sinistra, essa indica la vita, la luce, l'abbondanza. Il benessere, appunto. 
Se è rivolta verso destra indica la morte. 
Nell'età del Bronzo Finale e del primo Ferro (XII-XI sec, a.C.) è diffusa presso i protovilloanoviani e protoestruschi dell'Italia centro-meridionale e viene raffigurata sulle urne cinerarie e sulle sculture fittili rituali. 
Un rarissimo esempio è l'olla cineraria, risalente all'XI sec. a.C. rinvenuta nel comune di Bisignano (CS), conservata presso il Polo Museale della Sibaritide, attualmente esposta presso il museo Artemis di San Sosti (CS). 
Ma vediamo alcuni esempi di svastica nell'arte antica. 


1) Bambola micenea risalente all’Età del bronzo. Su di essa sono raffigurate in maniera stilizzata svastiche, esseri umani e soli, quasi a simboleggiare un connubio tra questi tre elementi. I raggi della svastica infatti sono stati paragonati ai raggi del sole ed il suo andamento allo scorrere del tempo e, quindi, delle stagioni.


2) Olla cineraria dell''XI sec. a.C. rinvenuta a Bisignano (CS), esposta presso il museo Artemis di San Sosti.


3) Nell’ Antica Grecia la svastica raggiunge la massima diffusione nel tardo geometrico (sul finire del VIII secolo a.C.), quando compare su anfore, kylix, cantari, oinochoi, pelike, crateri, ecc… Essa si presenta o come decorazione a se stante o, nella maggior parte dei casi, come sequenza ripetuta.


4) Anfora rinvenuta nell’antica Thera, l’odierna Santorini, su cui è raffigurata una colomba con la svastica. I Greci consideravano la colomba l’uccello di Afrodite, un simbolo d’amore ancor prima che i Cristiani la caricassero della valenza di fratellanza che ancora oggi mantiene.


5) Oinochoe trilobata con coperchio proveniente dalle necropoli geometriche di Maratona raffigurante una svastica isolata sul davanti.


6) Tazza geometrica corinzia la cui datazione corrisponde al  760 a.C. Anche in questo caso la svastica compare sul davanti intervallata da figure quadripartite, come quattro sono i suoi bracci.   


7) Una svastica su uno statere, una moneta greca in argento proveniente da Corinto e risalente al VI secolo a.C. I raggi questa volta sono smussati quasi a riprendere la direzione delle ali di Pegaso, il cavallo alato rappresentato sull’altra faccia del soldo.


8) Busto femminile in terracotta, acefalo, risalente VII sec. a.C. e facente parte di una decorazione architettonica. Ripetute sono le svastiche sul petto a mo’ di ornamento.


9) Simbolo della svastica su un mosaico romano del II secolo d.C, racchiuso in un triangolo i cui lati sono basi di triangoli. In questo mosaico vi è racchiuso un forte simbolismo insito nelle figure geometriche che indicano armonia e proporzione.


10) Mosaico della Villa del Casale di Piazza Armerina che ha per protagonisti due venatores (cacciatori), uno dei quali con una svastica sul bordo della tunica.

Foto (Dino Brindisi)

11) SYbaris: Ambiente mosaicato con svastica. II sec. a.C.


11) Svastica Nazista con braccia rivolte verso destra, simbolo di morte. Questa raffigurazione significava l'eliminazione di ogni nemico del popolo germanico.

lunedì 22 ottobre 2018

Mostra archeologica "MITI ED EROI"



La mostra dei reperti archeologici è la fase conclusiva di un ciclo di studi.
Prima di essere esposto, ogni oggetto viene catalogato e studiato in ogni minimo dettaglio e inserito nel contesto di provenienza, il tema. Il tema di questa mostra è il mito.
L'abbiamo dedicata alla scure martello, la famosa ascia custodita al British Museum di Londra e al suo offerente, Kyniskos, l'atleta-guerriero vincitore di ben 4 edizioni dei giochi olimpici.
I reperti esposti nelle vetrine sono oggetti di uso quotidiano, oggetti votivi, oggetti rituali.
Oggetti che ricordano il culto e la devozione a divinità come Athena, Era, Demeter, Persephone. Lo stesso Kyniskos ha tributato la sua ascia in dono a Era come ringraziamento per le sue imprese guerresche e sportive.
Non abbiamo l'ascia, purtroppo, ma abbiamo una copia fedele all'originale realizzata dal maestro Paolo Oliva che potrete ammirare durante la visita.
Particolarmente interessanti sono due olle biconiche di uso funerario, provenienti dal territorio di Bisignano, risalenti all'XI sec. a.C. Sono di tipo protovillanoviano, in uso presso gli Etruschi della Campania.
In fase di studio ci siamo accorti che una delle due olle presenta sul fondo una svastica incisa.

Questo tipo di raffigurazione rappresentava la divinità solare, la vittoria della luce sulle tenebre.

 Museo Artemis: Inaugurazione mostra "MITI ED EROI"

 Museo Artemis: Inaugurazione mostra "MITI ED EROI"


giovedì 26 luglio 2018

LETTERA ALL'AMICO SALVINI



Lettera all'amico Salvini
____________________________________

Continua la fandonia dell'Islam "moderato", la commedia della tolleranza, la bugia dell'integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un'esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be', il nemico non è affatto un'esigua minoranza. E ce l'abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d'occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all'occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l'automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell'umanitarismo e dell'asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della "necessità" (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l'Olimpo Costituzionale. "Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi". Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all'imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l'Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l'esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca. Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l'alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè "col liquore". E-attenta-a-non-ripeter-l'oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce "un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani". Un nemico che in Inghilterra s'imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Un nemico che si lancia con il camion sui mercatini di natale a Berlino. Un nemico che macchia di sangue il 14 luglio francese. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d'un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino. 
L'Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine "migliore" col termine "diverso-differente", s'è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l'Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l'Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è cadrà nel vuoto. Le poche persone che leggeranno mi chiameranno razzista per il solo fatto che uso la mia testa in difesa delle mie radici culturali che affondano nei secoli.

Angelo Martucci

mercoledì 7 febbraio 2018

TARANTO: TEMPIO DI POSEIDON O PERSEPHONE?


Fino al 1700 le colonne residue del Tempio Dorico di Taranto erano una decina. Lo sappiamo perché Artenisio Carducci, nel commento alle “Deliciae Tarentine” di Tommaso D’Aquino, parla di “dieci spezzoni di colonne d’ordine dorico” che furono successivamente infrante per consentire la costruzione del Convento dei Celestini.
Di queste, solo una restò a testimonianza dell’antica esistenza del tempio. Vista l’importanza del reperto, mi aspettavo che la colonna superstite fosse degnamente segnalata da un cartello o illuminata da un faretto. Anche di pochi watt. Macché.
La colonna solitaria era letteralmente incastrata nella struttura muraria di un piccolo cortile (quello dell’ex ospedale dei Pellegrini, attiguo al Convento dei Celestini ) e il suo capitello faceva da terrazzino a un balcone abbellito allegramente con vasi di piante e fiori.
Il primo a intraprendere i lavori di rinvenimento del Tempio Dorico di Taranto fu Luigi Viola. Fece liberare il fusto dell’unica colonna visibile dai vari strati di intonaco che ne avevano deturpato l’aspetto, scavò in profondità – fino a rinvenire i rocchi inferiori della colonna – e all’altezza del suo capitello. Qui individuò un secondo capitello completamente incastrato nella struttura.
Era il 1881 e, dopo allora, non venne più fatta alcuna esplorazione archeologica. Era infatti implicito che ogni altra indagine richiedeva la demolizione parziale o totale delle costruzioni esistenti e le autorità ecclesiastiche erano restie a permettere la distruzione dei luoghi sacri di loro pertinenza.
Poi, qualcosa avvenne. Qualcuno mostrò interesse per i ruderi del Tempio? Non proprio. I lavori di demolizione del Convento dei Celestini (divenuto nel frattempo un distretto militare) cominciarono, ma solo per costruire il Palazzo delle Poste. Taranto aveva bisogno di un edificio da adibire a questo scopo e, con tanto spazio a disposizione, non si trovò area migliore che quella dell’ex Convento.
Durante i lavori di costruzione delle Poste, vennero prevedibilmente alla luce i primi blocchi di carparo del tempio dorico. Altolà! Fermo ai lavori e decreto di inedificabilità dell’area.
Tuttavia, Taranto non ebbe nemmeno in questa occasione il suo tempio. Tanto per dirne una, la seconda guerra mondiale sospese ogni iniziativa. In più, i fondi necessari ai lavori scarseggiavano. Insomma, parafrasando Manzoni: “Questo tempio non s’ha da fare”.
Solo negli anni ‘70 l’Amministrazione Comunale di Taranto si assunse la responsabilità dell’esecuzione degli scavi.  Il lavoro delle talpe nell’area di interesse liberò i resti del tempio dorico dalle costruzioni posticce e le due colonne videro finalmente la luce dopo anni di occultamento e di incuria.

STILE ARCHITETTONICO E INTITOLAZIONE 
Attualmente, del Tempio di Poseidone rimangono due colonne e la base di una terza, ma da una serie di calcoli è emerso che era un periptero esastilo con 13 colonne sui lati lunghi e sei sulla fronte. 


Tempio dorico di Taranto: pianta assonometrica e ricostruzione.

Avanti alle colonne rinvenute doveva essercene almeno un’altra con un diametro più largo: le colonne situate agli angoli, infatti, venivano rese più robuste per conferire maggiore staticità alla struttura. Le colonne supersiti sono alte più di 8 metri e il materiale usato per costruirle è il carparo.
La scanalatura delle colonne aveva una precisa funzione: su di essa incideva la luce del sole, variabile nel corso del giorno, e questo creava dei piacevoli toni chiaroscurali che donavano all’edificio maggiore risalto.
L’ingresso del Tempio di Poseidone  si affacciava sicuramente sul canale navigabile perché quasi tutti i templi greci avevano il fronte rivolto ad oriente.
L’attribuzione del Tempio Dorico a Poseidone risale a Luigi Viola, semplicemente considerando che il dio del mare era il patrono di Taranto e i coloni non potevano che consacrare a lui il principale luogo di culto.
In realtà, è più probabile che il monumento fosse dedicato ad una divinità femminile. Con molta probabilità, il tempio era dedicato a Persephone, infatti, questa dea ha sempre goduto di un’altissima considerazione e gli studiosi sono tutti concordi nel ritenere che la statua di Persephone attualmente situata nel museo di Berlino sia, in realtà, di provenienza Tarantina.
Kore di Berlino: Fine VI/inizio V sec. a.C.

In più, durante gli scavi per il rinvenimento del Tempio Dorico, sono stati trovati 3 frammenti di statuette rappresentanti una donna seduta in trono, insieme a resti di ossa, zanne di suini e terra bruciata. Questo insieme di elementi rende più che verosimile l’ipotesi che nell’antico tempio i coloni facessero sacrifici in onore di una divinità femminile.


A cura di:
Paolo Ulpio Paleologo

giovedì 28 dicembre 2017

Relazione convegno Università di Foggia 6/7 Dicembre 2017 - STORIE E LEGGENDE DI UN POPOLO - SULLE TRACCE DEI LOTHBROK



BJORN LOTHBROK, DETTO “FIANCO 
DI FERRO”

Scorrerie vichinghe in Italia

Bjorn Lothbrok, soprannominato “Fianco di Ferro” per la sua possanza fisica, nasce nel villaggio di Munso nel 777, nei pressi di Stoccolma. La nota serie televisiva “Vikings”, pur mantenendo alcune verità storiche, ha quasi completamente stravolto la storia di questo famoso personaggio vichingo che ha realmente saccheggiato gran parte dell’Europa tra l’VIII e il IX sec. d.C.
 In realtà, non era il primo figlio di Ragnar, bensì, il suo terzo genito, Lagertha, non era sua madre, figlio di Ragnar e della principessa Auslag.
Guerriero impavido e senza paura, Bjorn era spietato con i nemici e leale con gli amici, come lo era Ragnar. Dopo aver assoggettato con la forza tutte le popolazione vichinghe del Nord, seppe instaurare con i sottomessi un rapporto di grande stima ed ammirazione, a tal punto di essere venerato quasi come una divinità norrena. Costituita la più potente flotta vichinga mai vista prima di allora, Bjorn si lancia al saccheggio di tutta l’Europa del Nord: vennero saccheggiate e date alle fiamme la Francia, la Germania, l’Inghilterra, la Spagna, l’Italia e poi a Sud, le coste dell’Africa e la Sicilia. 
Giunto con la sua flotta in Italia, dopo aver saccheggiato le coste della Francia mediterranea, le popolazione marittime italiane fuggivano in preda al terrore, l’unica grande città che riuscì a fermare l’avanzata vichinga fu la potente municipia romana di Luni, oggi tra i siti archeologici più importanti della Liguria, in provincia di La Spezia. Le sue mura erano impenetrabili a tal punto che Bjorn pensò per un attimo di essere già arrivato a Roma. Particolarmente astuto, trovò il sistema di entrare nella città: si finse morto, dopo essersi convertito al Cristianesimo, una delegazione di guerrieri vichinghi disarmati chiesero di incontrare il vescovo di Luni per adempiere alle ultime volontà del loro re, cioè, ricevere la benedizione ed essere sepolto da cristiano. Il corpo di Bjorn fu portato in città, appena dentro le mura balzò fuori dalla bara, sgozzò il vescovo, aprì le porte della città così che l’esercito vichingo potè entrare. E così, la città romana tra le più potenti del Nord Italia fu saccheggiata e bruciata e non si riprese mai più. Di questa vicenda storica è stata fornita una versione completamente falsa nella celebre serie televisiva: è stata attribuite a Ragnar, suo padre, la città invece sarebbe stata Parigi. Ma la furia di Bjorn si è abbattuta con maggiore violenza in Sicilia e in Calabria. Le coste della Sicilia furono saccheggiate e date alle fiamme, nessuna città fu risparmiata, la popolazione fu sterminata. Un altro episodio ha interessato la città bizantina di Skalia (Scalea, in provincia di Cosenza).
Questa era una città fortezza d’importanza strategica e militare bizantina: era a protezione della più importante via di comunicazione tra il Tirreno e lo Ionio, la famosa via istmica Laos-Sybaris, ancora in uso in età bizantina, che dava l’accesso al Pollino, la più grande riserva boschiva della Calabria dopo la Sila.
Era necessario molto legname per costruire nuove navi e per continuare la spedizione di saccheggio delle coste dell’Africa e il legname occorrente era abbondante sul massiccio della Mula, una delle cime più alte e boscose della Calabria Settentrionale. Bisognava, dunque, prendere Skalia, protetta da una doppia cinta muraria di notevole spessore e posizionata su un’altura, che già costituiva una difesa naturale. Ma ancora una volta, Bjorn usa la sua astuzia: finge di aver avuto una visione di San Nicola il quale gli avrebbe detto di risparmiare la città sotto la sua protezione e così organizzò una processione per portare in dono l’icona del Santo al vescovo, una volta dentro le mura fu un massacro e Skalia venne saccheggiata e data alle fiamme.  
Nella serie televisiva, Bjorn sarebbe stato accompagnato nelle sue imprese nel Mediterraneo da Rollo e da Floki, anche queste notizie sono assolutamente false: Rollo nasce nell’859, anno della morte di Bjorn, mentre Floki nell’830.

Un altro fatto storico errato è il soprannome dato a Bjorn: nelle “Croniche Normannorum” viene soprannominano “Braccio di Ferro”, che come abbiamo visto, non corrisponde a realtà. Per cui, consultando testi di una certa importanza, come “Magna Graecia” di Francesco Lenormant, si legge che Skalia fu assediata da Borin “Braccio di Ferro”, nonno di Roberto il Guiscardo, altro non è che la trascrizione errata e di conseguenza, traduzione altrettanto sbagliata, fatta da Lenormant.  

USANZE GUERRESCHE E RELIGIOSE  PRESSO I VICHINGHI
L’AQUILA DI SANGUE

 La stele di Stora Hammars


Nell'omonimo luogo in Gotland, Svezia. Dipinta con scene mitologiche, religiose e marziali, possiede una scena di sacrificio umano, l’Aquila di Sangue, con un Valknut sull'altare, ed un drakkar guidata da uomini armati. È stata interpretata come un'illustrazione della leggenda di Hildr.
Raffigurazione dell’Aquila di sangue (Particolare) 

Ricostruzione "Aquila di Sangue"

L’aquila di sangue era un rituale norreno riservato ai traditori o a coloro che si macchiavano di crimini legati alla sfera dell’onore. Secondo diverse fonti storiche, la condanna è stata eseguita diverse volte ed ha interessato personaggi storici di una certa importanza: fu eseguita da re Ragnar su Halfdán, re di Danimarca e sull’arcivescovo Ælfheah; fu eseguita da Bjorn Lothbrok, figlio di Ragnar sul re della Northumbria  Ælle II.
Consisteva nel separare le coste della vittima dalla spina dorsale, rompendole in modo tale da farle assomigliare ad un paio di ali insanguinate, ed estrarre i polmoni dalla cassa toracica, per poi adagiarli sulle spalle in modo che ricadessero sul petto a mò di ali di aquila, appunto.

LA SCOPERTA DI DORSET, IN NORVEGIA

Due pile separate di ossa nel villaggio vichingo presso Dorset. Una conteneva solo le ossa dei corpi. In un'altra erano raggruppati i teschi di 54 Vichinghi. L'idea iniziale degli archeologi fu che i Vichinghi fossero stati sconfitti dagli occupanti del villaggio che li assediavano, i loro corpi smembrati e poi seppelliti in una fossa comune. Ma che le  teste fossero tagliate di netto da un colpo di spada frontale lascia qualche dubbio. Da attente analisi di laboratorio si è scoperto, invece che quei Vichinghi furono uccisi e poi sepolti seguendo un complesso rituale di smembramento dei corpi e decapitazione, secondo la migliore sceneggiatura di film horror. Si tratta di un rituale propiziatorio, secondo il quale bisognava placare le divinità e benedire la terra col sangue dei più valorosi guerrieri. Ma non si è trattato di una mattanza verificatasi in una sola volta, come si era pensato al momento della scoperta; si tratta di un luogo di culto frequentato per almeno un secolo. Ma le scoperte che hanno dello straordinario sono due essenzialmente: tre scheletri presentano un particolare rituale chiamato dai Vichinghi "Aquila di sangue". Era la condanna che spettava ai traditori. Consisteva in una cerimonia espiatoria per la vittima designata che si era macchiata del crimine di tradimento: il re-sacerdote faceva inginocchiare la vittima senza che questa fosse legata, gli veniva aperta la cassa toracica dalla zona cervicale alla parte addominale, venivano tagliate delicatamente le costole, venivano estratti i polmoni e disposti a forma di ali di aquila, tutto questo mentre il soggetto era ancora vivo e finalmente il sacerdote infilava la mano nella gabbia toracica e strappava il cuore. gli scheletri e gli oggetti rituali risalgono alla prima metà del II millennio a.C.
Questa scoperta porta a riconsiderare tutto quello che era stato scritto sul popolo vichingo fino a questo momento e che ne collocava le origini al VII-VIII sec. d.C. e sulla stessa provenienza dei Longobardi, le cui origini sono ancora avvolte dal mistero.
Le ultime indagini archeologiche e librarie mirano verso un’unica direzione: i Longobardi, il cui nome antico era Winnili erano, in realtà, un gruppo di Vikinghi che già verso la fine del II secolo d.C. lasciarono la loro terra di origine e migrarono verso Sud, verso il basso corso dell’Elba e verso l’Italia.



Angelo Martucci

mercoledì 1 novembre 2017

“ED FORCE ONE” E’ TRA LE MIGLIORI TRIBUTE BAND A “IRON MAIDEN”


È made in Taranto una tra le migliori tribute band agli Iron Maiden.
Si chiamano “ED Force One”, in onore a Eddie, l’anima della celeberrima band britannica, il gruppo è costituito da 5 ragazzi, il cui fondatore, Julian, al secolo, Giuliano Paleologo è il più giovane di soli 17 anni. 
Quello che colpisce è proprio l’età del fondatore, un ragazzo così giovane che riesce ad esprimere in modo impeccabile un genere musicale della metà degli anni ’70: l’heavy metal, in un periodo in cui la musica si limita alle canzonette senza senso, “figlie” dell’elettronica, i cui autori, spesso non hanno la minima cognizione di causa di cosa possa essere la vera musica, quella “creata e suonata sul serio”. Eppure tali canzonette, rumori creati con il computer, voci modificate grazie all’elettronica, appunto, più che altro, prive di senso, non solo letterario, ma metrico-grammaticale, spopolano tra i teenager nell’arco di una sola estate, espressione, queste, di una nuova società basata sulla superficialità e sulla banalità, sull’apparire e non sull’essere.
“ED Force One” ripropone i brani più belli degli Iron Maiden con una precisione quasi maniacale, un tripudio di note e di scale musicali che catturano l’attenzione anche dei cultori più accaniti della band britannica. In brani come “Hallowed Be thy Name”, Julian dialoga con la sua chitarra esprimendo tecnica e maestria, mentre la voce di Hitan (vera voce metal), esprime tutta la carica e la rabbia contenuta nel testo e nelle note.
Ma “ED Force One”, oltre al tributo a Iron Maiden, è protesa alla sperimentazione, aperta ad influenze nordiche grazie anche alla presenza nel gruppo, del norvegese Lukas Hansen. In alcuni brani la voce è femminile ed è quella di Isabel, sorella di Julian, si passa, dunque, dall’Heavy Metal al Symphony-Gothic-Metal, nuova frontiera del metal, fondata dalla celebre band finlandese dei Nighwish, genere che sta spopolando nel nord Europa e negli USA. Agli strumenti tradizionali del Metal (chitarra elettrica, basso e batteria) si aggiungono strumenti classici con il violino e il pianoforte in un’armonia a dir poco sconvolgente.
I temi trattati sono: le saghe vichinghe, gli eroi, la guerra, l’amore, la morte; temi che rendono ancora più suggestivo questo nuovo genere musicale.
La prima grande uscita di “ED Force One” sarà il 18 Gennaio 2018 a Helsinki (Finlandia), dove la band aprirà il tour mondiale di “Nightwish or White Skull”. Allora che dire? Auguri!

I componenti della band:

Julian Paleologo (fondatore): chitarra- seconda voce
Mark Hitan: voce
Tommaso Marconi: chitarra
Lukas Hansen: basso
Cristos Papas: batteria
Isabel Paleologo: voce femminile.


Angelo Martucci


giovedì 7 settembre 2017

ESAURITA LA PRIMA STAMPA DI "THE FALLEN" RACCOLTA DI BRANI DI "NIGHTWISH OR WHITE SKULL


Esaurita la prima stampa del CD della Band tutta made in Sud "Nightwish or Withe Skull fondata da Carlo Enrico Filareto, giovane studente-musicista di Taranto. La band è composta da sei elementi accompagnata dalla straordinaria tonalità canora di Isabel Filareto, ripropone i brani più belli del celeberrimo gruppo finlandese di "Nightwish" con brani scritti e musicati dalla band tarantina. Non solo pizzica, dunque, dal Salento, Taranto, infatti si distingue per uno degli eventi rock più importanti d'Italia "Taranto Rock Festival" e addirittura, nel 1980 ha ospitato i Rockets, la band che ha inventato un nuovo genere musicale: lo "Space Rock e ha spopolato, verso la fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta, in tutto il mondo. 
Un nuovo filone rock, Symphonic-Gothic-Power-Metal nato nel 1996 dal genio dei Nightwish in Finlandia e propagatosi immediatamente in tutto il mondo.

 Carlo Enrico Filareto, Chitarrista-fondatore di Nightwish or White Skull 

Questo nuovo genere musicale ripropone in chiave metal le melodie della musica classica, i testi si inspirano all'Epic: storie di antichi guerrieri nordici, di eroi e dame, storie di guerra e di amore, di ingiustizie subite e atti di eroismo e coraggio. 
Il primo CD è stato prodotto da "Martus Editore" che ringrazia per il successo ottenuto e soprattutto per aver creduto in questa giovane Band. Una perla musicale in un oceano di spazzatura che purtroppo facciamo passare come musica. 

mercoledì 6 settembre 2017

A QUANDO RISALE LA FIERA DEL PETTORUTO?

Fiera del Pettoruto 2017 (Foto di Matilde Capalbo)

A QUANDO RISALE LA FIERA DEL PETTORUTO?

La Fiera del Pettoruto fa parte della nostra identità culturale, si svolge in località Piano della Fiera (appunto) sin da tempi remoti, collocabile all'età greca e romana. Infatti, le fiere ed i mercati, già a partire dall'età greca-arcaica si svolgevano immediatamente fuori dai centri abitati e in prossimità di un santuario extra-urbano, che solitamente sorgeva lungo le vie di comunicazione. La fiera aveva per gli antichi un significato socio-economico molto importante: era un momento di incontro e di aggregazione tra i diversi popoli ed era opportunità di commercio e scambi economici. Quello che avviene ancora oggi a distanza di molti secoli.  
In età bizantina (IX-X secolo) il calendario era basato sull’Indizione”, cioè, il periodo utile al pagamento di tasse e tributi, cui nessuno sfuggiva, nemmeno lo stesso Imperatore da qui il modo di dire che si usa in politica “fiscalismo bizantino”, proprio ad indicare l’inflessibilità e la severità di quel sistema.
L’Indizione aveva inizio il 31 Agosto fino al 15 Settembre, la Fiera della Madonna del Pettoruto si colloca, infatti, dall’uno all’otto della “Prima Indizione”.
Il popolo si riuniva ancora, a distanza di 14 secoli, in età bizantina, appunto,  in quella spianata, che noi oggi chiamiamo “Piano della Fiera”e li si incontravano compratori e venditori, si vendevano i  propri prodotti in modo da incassare il denaro necessario per pagare le tasse e fare acquisti per la famiglia che doveva affrontare l’inverno ormai alle porte.
È chiaro, dunque, che la Fiera non è stata sempre dedicata alla Madonna: in età greca era dedicata alla dea Era, signora dell’Olimpo e sposa di Zeus. La politica greca per il controllo del territorio era basata proprio sul sistema di santuari extra-urbani intitolati a Era, protettrice della famiglia o a Demeter, protettrice della terra, dei raccolti o, ancora, ad Artemis, signora dei boschi, degli animali. In età romana e altomedievale alle divinità maggiori come Giunona (Era per i Greci), Diana (Artemis) e soprattutto Mercurio (Hermes).
In età bizantina la fiera era dedicata a Agios Sozon (San Sozonte), protettore di Ag. Sostis (San Sosti) di cui l’attuale centro abitato porta il nome.
                        Icona di Agios Sozon proveniente da Atene (Donazione, Angelo Romolo)


Questo era un fanciullo che viveva in Cilicia, una provincia dell’Impero Romano d’Oriente (attuale Turchia) e martirizzato il l’8 Settembre del 305 sotto l’Impero di Massimiano.
Durante il periodo dell’iconoclastia (la distruzione della immagini sacre e la persecuzione di tutti coloro che le veneravano) scatenata da Leone III Esaurico nel 717, migliaia di persone fuggirono dalla Grecia e trovarono rifugiarono in Italia Meridionale e in Sicilia, tra questi vi erano molti monaci che, giunti in Calabria fondarono grandi monasteri e cenobi. Quelli che si stabilirono sul nostro territorio fondarono il monastero intitolato ad Agios Sozon, (i cui ruderi si conservano in località Badia) il loro Santo protettore, e il centro abitato ne prese il nome: Agios Sostis.


Alla fine dell’XI secolo il Kastrum di Agios Sostis finisce in mano normanna come il resto della Calabria, così, i Normanni (i Vichinghi proveniente dalla Normandia), convertiti ormai al Cristianesimo e nemici giurati dei Bizantini, cercarono di cancellare ogni traccia del rito Bizantino(tuttavia senza risultato), proibendo la festa e la Fiera in onore di Ag. Sozon, intitolandole alla Madonna del Pettoruto.

ULTIME SCOPERTE ARCHEOLOGICHE

Durante i lavori per la realizzazione della rete del gas sono stati scoperti i resti di strutture murarie risalenti all'età romana databili tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., (vedi documentazione di scavo della Sovrintendenza per i Beni Archeologici della Calabria) ciò attesta che in località, oggi nota con il nome di Piano della Fiera esisteva un abitato romano sovrapposto, molto probabilmente ad uno più antico risalente all'età greca e forse qui è da ricercare il santuario dedicato a Era…
Perchè, dunque, cancellare questa millenaria tradizione? Un popolo che dimentica le proprie origini è come un malato mnemonico, cioè, un soggetto afflitto da grave patologia cerebrale che ha comportato la perdita della memoria. Egli no sa più chi è, non ricorda nulla del suo passato, tutta la sua vita precedente è stata cancellata. Come potrà pianificare e costruire il suo futuro?
Conservare gelosamente la nostra fiera millenaria è una delle priorità assunte dalla Consigliera di Maggioranza, Francesca Ranuio e appoggiata dall'intera Amministrazione De Marco. 
Grazie alla tenacia ed all'impegno della Ranuio, che la nostra Fiera ha ritrovato il suo antico splendore, registrando un impressionante numero di visitatori. E' stato fatto molto e si può fare ancora meglio, ma occorre l'impegno di tutta la cittadinanza, finchè questo evento ritorni ad essere uno degli appuntamenti culturali più importanti della regione. "SI PUO' FARE..."







venerdì 25 agosto 2017

Fatto saltare in aria con una carica di esplosivo un antico edificio

La foto, qui in alto è comparsa in una pubblicazione di qualche anno fa; è stata scattata negli anni 40.
La struttura che vedete è una masseria costruita nella metà dell'Ottocento sui resti di un antico santuario di età romana. Fin qui, niente di strano, "purtroppo", visto che era consuetudine costruire su strutture pre-esistenti allo scopo di utilizzarne i materiali e risparmiare fatica. Del resto, lo stesso Colosseo o l'Arena di Verona, per fare qualche esempio, furono utilizzati come cave per edificare gli edifici adiacenti.
In questo caso però, il reato è stato consumato non più di 10 anni fa, quando già era entrato in vigore il nuovo codice dei beni culturali e del paesaggio, conosciuto anche come codice Urbani dal nome dell'allora Ministro dei beni e delle attività culturali Giuliano Urbani, è un corpo organico di disposizioni, in materia di beni culturali e beni paesaggistici della Repubblica Italiana; emanato con il decreto legislativo del 22 gennaio 2004 n. 42. 
Questo "signore", proprietario del terreno in cui sorgeva l'antichissimo monumento, ha pensato bene di costruire la sua casa, nonostante avesse ettari di terreno a disposizione, proprio lì. E come demolisce il sito archeologico? Facendolo detonare con cariche di esplosive, facendolo saltare in aria, in parole povere! 
Tutto questo avveniva in contrada San Andrea, una piccola frazione nel comune di Malvito, sotto gli occhi incuranti delle autorità e con le autorizzazioni necessarie ottenute non si sa come...!
Da quello che si può vedere dalla foto, doveva trattarsi di un tempio romano databile tra il I e il II sec. d.C. con tre colonne in antis, cioè sulla fronte, poste su un alto podio. La monumentalità delle colonne indica un edificio cultuale di una certa importanza e la presenza di un abitato altrettanto importante da ricercare sul territorio circostante. 
La stupidità e il totale "menefreghismo" in materia di beni culturali da parte di chi invece dovrebbe tutelarli, hanno fatto si che perdessimo uno tra i più importanti tesori di tutta la valle dell'Esaro. Ancora una volta: viva la Calabria! Viva l'Italia! 


giovedì 10 agosto 2017

Continuano gli studi su L’ABITATO ROMANO DI PAUCIURI



Continuano gli studi su

L’ABITATO ROMANO DI PAUCIURI

I primi scavi archeologici degli anni ’80 condotti con metodi non del tutto scientifici e privi di un’esauriente documentazione archeologica, avevano portato ad identificare il sito come una statio o una villa di età romana.
Allo stato attuale delle ricerche tale tesi è ormai del tutto sperata: si tratta in realtà di un vero e proprio abitato molto esteso che comprendeva l’intera pianura fino alla località Larderia di Roggiano Gravina e in direzione Nord-Ovest fino alla località Casino della Costa. 
  Nymphaeum

L’area attualmente scavata e ancora in fase di studi, altro non è che un quartiere del grande abitato provvisto di un Nymphaeum (fontana monumentale pubblica), di latrine pubbliche, e almeno tre impianti termali (uno degli impianti è stato scavato alla fine degli anni ’80 e ricoperto): uno pubblico e l’altro privato; l’esedra, cioè un luogo di culto e centro culturale e di un grande portico colonnato.
 Esedra

Tomba monumentale-Esedra

Le ultime scoperte hanno smentito anche la datazione, troppo approssimata delle prime campagne di scavo; il primo nucleo abitativo di Pauciuri risale alla fine del III e gli inizi del secondo secolo a.C. sul quale si sovrappone un nuovo abitato tra il I e il II sec. d.C.
Ciò è documentato dal rinvenimento del grande horreum, un magazzino porticato e colonnato al cui interno si conservano ancora una serie di pithoi, grandi vasi per la conservazione delle derrate alimentari. Nel corso delle ultime ricerche è stata rinvenuta una struttura rettangolare che faceva parte dell’horreum e che abbiamo battezzato 
Casa dei Pithoi

“La Casa dei Phitoi”, dove si conservano 4 di questi grandi vasi. Sulla struttura, databile tra la fine del II e gli inizi del I sec. a.C., si sovrappone la terma pubblica e la natatio (piscina privata). In direzione Sud-Est è stata parzialmente scavata la terma privata che si sovrappone ad un edifico con pavimento in opus spicatum coevo alla Casa dei Pithoi.
Terma privata 

L’area Sud-Est dello scavo, in fase di studi, sembra essere abbandonata verso la fine del IV sec. d.C. per cause che allo stato odierno delle ricerche ci sono ignote.  
Il sito archeologico di Pauciuri, nel comune di Malvito, è tra i più interessanti, dal punto di vista archeologico perché, a differenza di molti altri, presenta una continuità insediativa anche dopo l’età romana e fino alla fase medievale alta (X-XI sec. d.C.).