venerdì 11 maggio 2012

PAUCIURI "LA PICCOLA POMPEI CALABRESE"



Pauciuri (Malvito, CS), Il Ninfeo. I sec. d.C



Pauciuri (Malvito, CS) pulizia del Ninfeo

domenica 19 febbraio 2012

IL CASTELLO DELLA ROCCA DI SAN SOSTI (Αγ. Σώζοντος): NUOVE SCOPERTE.


Quei ruderi che dominano la collina di San Sosti conosciuti con il nome di “Castello della Rocca”, in realtà sono ciò che rimane di un’antica fortificazione che doveva difendere l’abitato posto ai suoi piedi e la strada che, attraverso la gola del Pettoruto, conduceva sulla costa tirrenica.
Gli scavi archeologici del 2004 hanno attestato che quella piattaforma rocciosa a strapiombo sul Rosa fu usata come punto di difesa già a partire dall’età del Bronzo Medio e Finale (XIII-XII sec. a.C.). Sono numerosi, infatti i rinvenimenti avvenuti durante le ricerche del 2004: il piano di posa di una capanna protostorica absidata con buchi per pali, ceramica ad impasto, risalenti al XIII-XII sec. a.C. L’area è stata usata anche in età greca e romana.



Ma, ritorniamo ai ruderi del Castello della Rocca: si tratta di porzioni di strutture dell’acropoli fortificata relativi alla cittadella-fortezza bizantina del IX-X sec. d.C. costruita sui resti di un castrum longobardo, posto a protezione dell'antica via istmica ionico-tirrenica e del "limes" stabilitosi tra Bizantini e Longobardi dopo la conquista della Calabria Settentrionale ad opera del duca di Benevento Zottone I.
Da un’analisi attenta delle strutture e del contesto archeologico si notano porzioni di muratura appena affioranti dal terreno o conservati sugli speroni rocciosi.



In direzione N.-E. si nota un cospicuo tratto di muratura a pianta circolare, identificabile con una torre posta a vedetta del lato maggiormente esposto ad attacchi nemici.



Torre bizantina IX-X sec. d.C.

Sullo strapiombo a S.-E. si conserva la struttura più antica del kastrum, è una torretta a pianta quadrata impostata direttamente sul banco roccioso molto simile a quella occidentale dei Casalini, databile al IX-X sec. d.C.
Non tutti sanno, però che il castello si estendeva in tutt’altra direzione: sul lato orientale della dorsale montuosa, in direzione del centro abitato dell’antica Agios Sostis (Άγιος Σώστης). Qui si conservano porzioni evidenti di mura di difesa, in alcuni tratti, posti in opera a secco ed edifici a pianta rettangolare e quadrata. In età tardo-antica/alto-medievale, il kastrum, oggi noto con il nome di Castello della Rocca, occupava tutta l’area fino a lambire il monastero greco di Ag. Sozon ( Αγ. Σώζοντος), i cui ruderi si conservano a valle, lungo la strada che conduce al Santuario della Madonna del Pettoruto.

Tratto di muro di difesa, IX-X sec. d.C.



Tratto di muro di difesa, IX-X sec. d.C. (prospetto)


SCAVI ARCHEOLOGICI DEL 2004

Lo scavo è frutto di una collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici e la Cattedra di Archeologia Cristiana e Medievale dell’Università della Calabria. Nel corso della campagna sono stati effettuati dettagliati rilievi digitali della struttura ed aperti cinque saggi di scavo con lo scopo di indagare le varie fasi della complessa fortificazione. Dopo una sola campagna di scavo è difficile poter stabilire la cronologia della fondazione, ma importante per una prima documentazione è stato il recupero di alcuni anonimi, ascritti al X-XI secolo, così come i numerosi ed interessanti recuperi, da ricognizione e da scavo, di età angioina un saluto in argento con Annunciazione, di denari di Carlo I e Carlo II d’Angiò. Attestati, ancora, i follis (monete in bronzo)dell’oriente latino databili al XIII-XIV secolo.
È proprio a questa fase che possiamo ascrivere l’abbandono del castello, documentato da un piccolo “butto” in cui sono stati recuperati numerosi resti osteologici e frammenti ceramici. L’indagine stratigrafica ha documentato la frequentazione del sito anche in età romana, attestata da ceramiche sigillate africane e orientali del I e del II sec. d.C., mentre quella di età greca è testimoniata all’interno ed all’esterno del castello da vasetti miniaturistici di VI-V sec. a.C., in particolare hydriskai con fondo piatto o con piede a tacco. È possibile che la massiccia struttura medievale utilizzi come fondazione un edificio più antico, forse phrourion di età greca, posto a guardia della gola, come avamposto di Thurii. Importante anche l’individuazione di una cava per grandi blocchi parallelepipedi databile all’età greca. Dove il saggio ha potuto raggiungere il banco roccioso, è stata messa in luce parte di una capanna absidata con buchi di palo perimetrali. Le ceramiche d’impasto qui rinvenute sono databili all’età del Bronzo Finale (XI-X sec. a.C.), ma non mancano materiali più antichi attribuibili alla Media età del Bronzo (XVI sec. a.C.).



    Denaro in argento di Carlo I d'Angiò, 1284

Olla mono-ansata, XIII sec. d.C.



INCURSIONI VICHINGHE

Lo spirito per l'avventura e per il saccheggio ha spinto, verso la fine dell'VIII secolo dopo Cristo, i Vichinghi guidati da uno dei figli di Ragnar Lothbrok nel Mediterraneo. 
La furia distruttrice di Bjorn Lothbrok, figlio maggiore di re Ragnar, si è abbattuta con maggiore violenza in Sicilia e in Calabria. Le coste della Sicilia furono saccheggiate e date alle fiamme, nessuna città fu risparmiata, la popolazione fu sterminata. La distruzione di Skalia (Scalea, in provincia di Cosenza), è legata a uno stratagemma simile a quello che permise la distruzione di Luni, da parte dei Vichinghi, fiorente municipia romana in provincia di La Spezia.
Skalìa era una città fortezza bizantina d’importanza strategica e militare: era a protezione della più importante via di comunicazione tra il Tirreno e lo Ionio, la famosa via istmica Laos-Sybaris, ancora in uso in età bizantina, che dava l’accesso al Pollino, la più grande riserva boschiva della Calabria dopo la Sila.
Era necessario molto legname per costruire nuove navi e per continuare la spedizione di saccheggio delle coste dell’Africa e il legname occorrente era abbondante sul massiccio della Mula, una delle cime più alte e boscose della Calabria Settentrionale. Bisognava, dunque, prendere Skalìa, protetta da una doppia cinta muraria di notevole spessore e posizionata su un’altura, che già costituiva una difesa naturale. Ma ancora una volta, Bjorn usa la sua astuzia: finge di aver avuto una visione di San Nicola il quale gli avrebbe detto di risparmiare la città sotto la sua protezione e così organizzò una processione per portare in dono l’icona del Santo al vescovo, una volta dentro le mura fu un massacro e Skalìa venne saccheggiata e data alle fiamme. Attraverso la gole del Varco del Palommaro e del Pettoruto i Vichinghi giunsero nel boscoso territorio del massiccio della Mula. Con molta probabilità, anche il castrum della Rocca venne distrutto. Durante gli scavi archeologici del 2004 sono emerse tracce di distruzione violenta da collocare proprio in quel periodo. Solo ulteriori campagne di scavo archeologico in estensione potranno dare conferma a quella che al momento proponiamo come un'ipotesi iniziale di ricerca. 

giovedì 2 febbraio 2012

LA CITTA' ROMANA DI PAUCIURI - "LA PICCOLA POMPEI CALABRESE"


Un patrimonio dimenticato da quasi 10 anni, che la nuova amministrazione presieduta dal Sindaco Prof. Giovanni Cristofalo, ha pensato di recuperare e trasformarla in un'attrattiva del turismo archeologico e in punto di riferimento per l'intera vallata. L'ambizioso progetto dell'amministrazione comunale di Malvito è la creazione di un itinerario turistico che unisce il sito archeologico di Pauciuri al bellissimo centro storico, sovrastato dalla maestosa torre normanna costruita al tempo di Roberto d'Altavilla detto il Guiscardo.
E' nuovamente visitabile la zona residenziale costituita dal grande portico di età repubblicana (II-I sec. a.C.) che faceva parte della domus patrizia; l'esedra, utilizzata come tomba monumentale in età altomedievale.
Il ninfeo, o fontana monumentale dedicata al culto delle ninfe, addossato al muro sud-est del portico, risalente al I sec. d.C., con una serie di piccoli ambienti abitativi, ancora in uso in età altomedievale, come è attestato dagli scavi archeologici del 2000 condotti dall'Università della Calabria.
Le termae private pertinenti alla domus e le terme di uso pubblico.
Una piccola terma privata del I-II sec. d.C. costruita su un ambiente con pavimento in opus spicatum databile al II-I sec. a.C.
Comunque, le campagne di scavo finora effettuate hanno riportato alla luce meno del 30% delle strutture, mentre il restante 70% è ancora sommerso in attesa di nuove ricerche stratigrafiche che potrebbero svelare definitivamente il mistero che ancora avvolge l'antica città di Pauciuri.
Le ultime campagne di ricerca condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria in collaborazione con il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’UNICAL, hanno attestato che le strutture scavate nella Frazione Pauciuri non si riferiscono ad una villa o ad una statio, come era stato ipotizzato all’inizio delle ricerche, bensì ad un grande abitato di età romana-repubblicana (II-I sec. a.C.) costruito su un insediamento ellenistico della seconda metà del IV sec. a.C. documentato dal rinvenimento di ceramica relativa a questo periodo e da una gemma di anello raffigurante il mito di Apollo e Artemis. L’abitato presenta diverse fasi di frequentazione, l’ultima è quella altomedievale di IX-X sec. d.C.
Gli scavi archeologici, le prospezioni al georadar e le ricognizioni di superficie non lasciano dubbi: si tratta di una città romana molto estesa, dall’attuale lago artificiale di Roggiano Gravina fino alla località “La Costa”.

giovedì 29 dicembre 2011

MALVITO ESPONE I SUOI TESORI D'ARTE




In occasione delle festività natalizie, l’amministrazione comunale ha inaugurato una mostra fotografica sui tesori artistici ed archeologici di Malvito e del suo territorio.
La mostra, aperta il 27 dicembre, sarà visitabile durante il periodo festivo presso i locali della biblioteca comunale.

lunedì 26 dicembre 2011

Rinvenuto il tempio dove pregò San Paolo SCOPERTI I RESTI DEL TEMPIO DI ARTEMIS


Di Stefano Carbone
pubblicato in Martus Journal dicembre 2011
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La storia delle scoperte archeologiche è spesso anche la storia delle variabili che entrano in gioco concorrendo a determinarle.
Nel caso di Carmelo Santonocito, un edicolante sui generis, appassionato di lingue e civiltà antiche, il ritrovamento subacqueo di quelli che, con buona probabilità, si ritiene essere i resti di un tempio, forse pertinente al santuario di Artemis, luogo di culto che ha attraversato intatto i secoli e che, secondo le fonti bizantine, conobbe una delle prime prediche di San Paolo in Italia, è l’esito imprevisto di una ricerca.


Vi partecipa un team di entusiasti, costituitosi spontaneamente tra gli amici dell’autore e arricchitosi di nuovi elementi, tra i quali il prof. Daniele Castrizio, archeologo e docente di numismatica all’Università di Messina.
E’ un punto in particolare ad attirare l’attenzione del gruppo, incoraggiandolo a concentrarvi le indagini: uno specchio di mare, collocato a sud della città e oggi denominato Calamizzi.
Non un luogo qualsiasi. Fino alla metà del XVI secolo, in piena età rinascimentale, su quelle acque non lontane dalla costa, si estendeva un promontorio che sprofondò improvvisamente in mare, senza lasciare traccia, alla fine del 1562.
Di Punta Calamizzi non esisterebbero testimonianze figurate se un pittore fiammingo, PieterBruegel il Vecchio, non l’avesse riprodotta in un suo disegno poco prima che questa colasse a picco.
Storia e leggenda trovano qui un punto di convergenza ideale, sostenute dall’autorità delle fonti antiche: il promontorio in questione, in tempi antichissimi, avrebbe ospitato il tempio di Artemis, (che sorgeva non lontano dal sepolcro di Iokastos, mitico figlio di Eolo, là ucciso dal morso di un serpente) e sarebbe stato scelto dai coloni di Calcide per fondarvi la nuova città.
Non solo. A prestar fede alle cronache del VII-VIII, avvenne qui il primo approdo di San Paolo in Italia, durante le feste pagane in onore della dea.


Resti del frontone del tempio
 In quell’occasione, all’apostolo fu concesso di predicare il Vangelo agli abitanti, condizionando però la durata della predica al tempo di consunzione di una candela, posta sopra una colonna rotta del tempio. Leggenda vuole che, una volta disciolta la cera, la colonna prendesse fuoco, permettendo così al santo di continuare a parlare.
Alla nuova fede venne consacrata la primitiva chiesa, guidata da Stefano di Nicea, primo vescovo della città di Reggio e, in epoca bizantina, il monastero di San Nicola Drakonariates.
Quando Punta Calamizzi sprofondò nel giro di pochi attimi un giorno (di dicembre, secondo le cronache contemporanee) del 1562, scomparve per sempre un luogo sacro, un punto in cui tradizione pagana e culto cristiano si intrecciano, raccogliendo l’esperienza religiosa di secoli e spingendo a dar credito ai racconti dei pescatori che, da sempre, narrano di templi e chiese sommerse, proprio in quelle acque.
Le continue scorrerie dei pirati turchi avevano reso necessaria una più imponente fortificazione del porto di Reggio, allora unico porto naturale della Calabria, insieme a quello di Crotone. Mancando però lo spazio adeguato alla costruzione del nuovo fortilizio, si decise di usare l’ampia foce del fiume Calopinace, deviandone il corso e facendolo sfociare a sud di Punta Calamizzi.
Iniziati nel 1547, i lavori subirono un’interruzione nel 1556 per non riprendere più fino al XVIII sec.
Le fonti suddette non rendono conto nemmeno di quell’interruzione, ma è verisimile che il successivo inabissarsi del promontorio debba ascriversi al dissesto idrogeologico causato dallo spostamento del corso del fiume.
E’ lì che Vincenzo Borrelli e Gianni Capolupo della Polizia di Stato, sommozzatori e amici dell’autore, effettuano le prime immersioni.
I sub si ritrovano in poco tempo in un profondo canalone scavato nel fondale, praticamente a ridosso della spiaggia. La spiegazione non poteva essere che una: si trattava della foce del Calopinace dal 1547 al 1562.
A sette-otto metri di profondità, in un sito occupato fino a poco tempo prima da una prateria di poseidonia e sepolto sotto mezzo metro di sabbia, i sub individuano un crollo di ragguardevoli dimensioni, con massi in pietra squadrati, basi e rocchi di colonne, ad interessare un’area di circa otto metri di diametro.
La superficie modanata di uno di questi massi è particolarmente significativa e intorno ad essa si sono raccolte, fin dalle prime immersioni, le speranze degli scopritori: secondo il prof. Castrizio infatti, quell’alternanza di metope e triglifi, ben visibile dalle foto subacquee, farebbe pensare alla trabeazione di un tempio. Il tempio di Artemis?

mercoledì 23 novembre 2011

I CONVEGNO "TESORI DEL PARCO DEL POLLINO"


Sabato 12 Novembre 2011 si è tenuto a Malvito, presso la sede della Comunità Montana Unione delle Valli il I Convegno di presentazione del I volume “TESORI DEL PARCO DEL POLLINO – civiltà a confronto: l’ideologia del potere nel mondo antico.
Alla manifestazione, moderata da Alessandro Amodio, corrispondente della Gazzetta del Sud, hanno preso parte il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, On. Domenico Pappaterra; il consigliere regionale, On. Gianpaolo Chiappetta; l’assessore provinciale per il dissesto idro-geologico, Diana. Per il Comune di San Sosti ha preso la parola Vincenzo De Marco, consigliere di minoranza dell’ex-amministrazione Sirimarco.  
I lavori del convegno sono stati aperti dalla premessa di Amodio che ha sottolineato l’impegno profuso dalla Martus Editore nello studio e valorizzazione del Patrimonio Culturale dello Stato. 
Il Sindaco di Malvito Prof. Giovanni Cristofalo, nel suo intervento di saluto alle istituzioni ed ai presenti ha sottolineato l’importante opera di studio, tutela e valorizzazione che la Martus Editore sta portando avanti nel comune di Malvito e nella valle dell’Esaro.
Per la casa editrice sansostese ha relazionato Antonio Cozzitorto, assistente tecnico-scientifico nello staff della Martus Editore, che Amodio, nella sua premessa ha definito il volto nuovo che rappresenta ormai la valle dell’Esaro. La figura di questo giovane, poco più che ventenne, ha aggiunto il corrispondente della Gazzetta del Sud, è il volto della casa editrice, assiduamente presente sulle pagine culturali della più importante testata giornalistica calabrese e sulle prime pagine di Google.
Antonio ha illustrato dettagliatamente tutte le attività della casa editrice dalla fondazione ad oggi, nonché i progetti futuri, come il II volume “Tesori del Parco”, la cui uscita è prevista per l’estate del 2012.
Particolarmente interessante è stato l’intervento del Presidente del Parco Nazionale del Pollino, che ha sottolineato l’impegno della Martus Editore sul territorio e l’importanza del Volume nella promozione del Patrimonio Culturale del Parco.
L’On. Pappaterra ha suggerito di inserire nel II volume dell’opera anche l’importante sito archeologico di Pauciuri (Malvito), in quanto, immediatamente a ridosso dell’area protetta del Parco.
L’antico abitato di Pauciuri è ubicato lungo la strada provinciale che conduce al Santuario Regionale della Madonna del Pettoruto, già meta di migliaia di visitatori provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero. Far conoscere questo importante sito, ha continuato, significherebbe creare un percorso turistico di rilevante interesse.
Netta la sua presa di posizione di critica verso l’operato dell’ex-amministrazione Sirimarco, già rimarcata nell’intervento di Antonio Cozzitorto. La fallimentare gestione politica, oggi finalmente conclusa, ha detto l’On. Pappaterra, non ha voluto far tesoro delle risorse messe a disposizione dell’Ente Parco per il mantenimento del Museo “San Sozonte”, fiore all’occhiello dell’intera comunità.
Prettamente tecnico è stato l’intervento del dott. Angelo Martucci, fondatore della casa editrice Martus Editore, che ha presentato più nei dettagli i contenuti dell’opera.
Il convegno si è concluso con l’intervento dell’On. Chiappetta, che ha elogiato l’iniziativa della casa editrice sansostese ed ha esposto un’analisi globale circa la strategia mirata della Giunta Regionale in materia di Beni Culturali. 


lunedì 21 novembre 2011

TREBISACCE: NUOVE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE - Concesso un finanziamento di 500.000, 000 Euro dalla Sociatà Arcus


A cura di Stefano Carbone. Pubblicato in Martus Journal di Ottobre 2011
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Sono 7 anni che gli scavi hanno deciso di aprirsi ancor più alle comunità dell'Alto Jonio, per testimoniare concretamente le potenzialità del Parco archeologico come risorsa per un uso esteso del territorio, per una integrazione positiva tra archeologia, cultura e svago.
L'evento di quest'anno ha avuto anche una particolare importanza, perché viene a festeggiare l'imminente ripresa dei lavori per il completamento del parco archeologico, reso possibile da un finanziamento di 500.000€ concesso dalla società Arcus spa, unico attribuito alla Calabria per il 2010. I progetti sono quasi ultimati, e l'attesa è quella di ritrovarsi, tra un anno, con una struttura di Parco archeologico pronta per il grande salto verso l'apertura continuata, che diventi un motore della vita culturale e turistica trebisaccese e dell'Alto Jonio.
Inoltre, le continue scoperte, che saranno presto illustrate nella conferenza finale degli scavi, portano sempre nuovi reperti ed evidenze per la comprensione della nobile civiltà degli Enotri.
Gli scavi nell’antico sito di Broglio, presso Trebisacce, si sono arricchiti di nuove scoperte. Infatti, nell’area della struttura seminterrata è emersa un’ampia vasca di circa 5 metri per 2 ripetutamente e variamente rivestita nel tempo. La vasca ed i livelli circostanti sono stati datati dal direttore degli scavi, prof. Alessandro Vanzetti, al 1150-950 a.C. Dagli scavi sono emersi anche ulteriori pezzi dei cavallini in ceramica dipinta già ritrovati in precedenti scavi. Il ritrovamento dell’importante struttura rituale idrica conferma la lettura fatta dall’arch. Maurizio Silenzi sulla funzione templare dell’intero sito di Broglio. L’architetto romano infatti, nella sua conferenza tenuta il 26 marzo scorso nell’Aula Consiliare del Comune di Trebisacce, aveva, per la prima volta, interpretato il sito di Broglio come una zona templare dedicata alla divinità Dioniso (noto anche con l’epiteto di Bromios, da cui Broglio). C’è da augurarsi che la Soprintendenza archeologica ed il Comune di Trebisacce procedano anche alla ripresa degli scavi in località Chiusa (sulla vecchia 106), onde far emergere altri reperti (oltre all’impianto di chiusa idraulica già emerso) inerenti la supposta antica salina (anch’essa, insieme ad altre originali interpretazioni, indicata per la prima volta dall’architetto Silenzi nella sua conferenza). Giova anche ricordare che l’architetto, grazie alle sue ricerche e scoperte, aveva legato la fondazione di Trebisacce sul Bastione proprio all’esistenza della salina naturale e dell’antecedente pescoso bassofondo.