sabato 17 dicembre 2016

EXCALIBUR: LA SPADA NELLA ROCCIA SI TROVA IN ITALIA

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena).

 Galgano ebbe una gioventù improntata al disordine e alla lussuria, salvo in seguito convertirsi alla vita religiosa e ritirarsi in un eremitaggio vissuto con la medesima intensità con cui aveva precedentemente praticato ogni genere di dissolutezze.
Era un giovane violento, ma era destinato a cambiare vita e a diventare un Cavaliere di Dio come profetizzatogli da "Misser Santo Michele Arcangelo": ebbe infatti due visioni successive in cui l'arcangelo Michele gli indicò il suo percorso di vita.
Nella prima visione era tracciato il suo destino di cavaliere sotto la protezione dell'arcangelo stesso, mentre nella seconda l'arcangelo lo invitava a seguirlo.
Seguendo l'arcangelo Galgano attraversò un ponte molto lungo al di sotto del quale si trovava un fiume ed un mulino in funzione, il cui movimento simboleggia la caducità delle cose mondane.
Oltrepassato il ponte ed attraversato un prato fiorito, che emanava un profumo intenso e soave, raggiunsero Monte Siepi, dove, in un edificio rotondo, Galgano incontrò i dodici apostoli. Qui ebbe la visione del Creatore: fu quello il momento della conversione. In seguito, durante degli spostamenti, per due volte il cavallo si rifiutò di proseguire e la seconda volta, solo dopo una intensa preghiera rivolta al Signore, il cavallo da solo e con le briglie sciolte lo condusse a Monte Siepi, nello stesso posto dove la visione gli aveva fatto incontrare i dodici apostoli. Qui Galgano, non trovando legname per fare una croce, ne fece una infiggendo la propria spada nella roccia, quindi trasformò il proprio mantello in saio e come tale lo indossò.
Sentì anche una voce che veniva dal cielo che lo invitava a fermarsi in quel posto fino alla fine dei suoi giorni: iniziava così la sua vita da eremita, cibandosi di erbe selvatiche e dormendo sulla nuda terra. Lottò e sconfisse con la sua fermezza il demonio che lo tentava.

Durante la sua assenza per un pellegrinaggio alle basiliche romane, tre monaci invidiosi cercarono di estrarre la spada dalla roccia per rubarla, ma non riuscendovi la vollero rompere per oltraggio. Il castigo di Dio fu immediato: uno cadde in un fiume ed annegò, un altro fu incenerito da un fulmine ed un terzo fu afferrato per un braccio da un lupo e trascinato via, ma si salvò invocando Galgano. Secondo la leggenda, le mani mummificate conservate nell'attigua cappella del Lorenzetti sarebbero proprio quelle del monaco invidioso, ma probabilmente si tratta dei resti dei primi seguaci di San Galgano rinvenute nel luglio 1694 nel sagrato della Rotonda: la radiodatazione col C14 le fa effettivamente risalire al XII secolo, quindi contemporanee a San Galgano.

Galgano e la spada nella roccia

Al ritorno dal pellegrinaggio, Galgano trovò la spada rotta e provò un grande dolore, ritenendosi responsabile per essersene allontanato; Dio però, volendolo consolare, gli disse di ricomporre la spada posando il pezzo rotto sulla parte infissa nella roccia. Galgano obbedì e i due pezzi si saldarono perfettamente: la spada si ricostituì più forte di prima. L'episodio è raffigurato in un dipinto conservato nella Pinacoteca nazionale di Siena, opera di Giovanni di Paolo (1403-1482). L'eremita costruì poi un romitorio e vi condusse una vita di meditazione e preghiera fino al giorno in cui la voce di Dio, in una luce immensa, gli annunciò la sua morte.
Presenziarono alla tumulazione del suo corpo Ildebrando Pannocchieschi, vescovo di Volterra ed i vescovi di Siena e Massa Marittima.
Appena quattro anni dopo la sua morte, dopo che un'apposita commissione diretta dal cardinale Conrad di Wittelsbach ebbe condotto la relativa inchiesta, papa Lucio III lo proclamò santo.
Ma la spada nella roccia è legata al filone letterario franco-provenzale del XII secolo e al ciclo Carolingio, dove si narra che Artù avrebbe estratto la spada per regnare nel segno della giustizia divina. 

Artorius Castus (King Artur), 410 d.C.

Le scoperte archeologiche e letterarie degli ultimi decenni hanno fatto luce su due vicende apparentemente legate, ma anacronistiche: è ormai appurato che Artù, in realtà era un ufficiale romano il cui vero nome era Artorius Castus al comando della IX legione di stanza al Vallo di Adriano; il vallo è un muro fortificato lungo 117 km fatto costruire dall'imperatore Adriano nella prima metà del II sec. d.C. che divideva la Britannia in due regioni, quella a Nord era la terra dei Celti, popolazioni primitive organizzate in villaggi e governate da sacerdoti-guerrieri, i Druidi, cui si attribuivano capacità magiche e guaritrici. Quindi, anche la figura di Merlino è non inventata, bensì storica, realmente vissuto tra il IV e il V sec. d.C.

La vicenda di Artorius (Artù) non risale all'epoca di Galgano, in realtà si è verificata molto prima, cioè nel 410 d.C., quando le legioni romane abbandonarono la Britannia perchè era ormai indifendibile. Ha inizio una nuova pagina storica per l'Inghilterra ma bisognava creare il mito: la spada magica, forgiata con il sangue della Britannia, il guerriero celtico che la estrae dalla roccia riscatta la sua terra e la unisce sotto un unico potere. Ecco che Galgano viene identificato dalla letteratura provenzale con Artù.   



Angelo Martucci

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