venerdì 17 marzo 2017

GARIBALDI FU UNO DEI CRIMINALI PIU' SPIETATI DELLA STORIA AL PARI DI HEINRICH HIMMLER! Al Sud gli intitolano piazze e corsi principali...



GARIBALDI FU UNO DEI CRIMINALI PIU' SPIETATI DELLA STORIA AL PARI DI HEINRICH HIMMLER!
Al Sud gli intitolano piazze e corsi principali...
A Cura di 
Angelo Martucci
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Dal diario del garibaldino Carlo Margolfo, sulla distruzione di Pontelandolfo (Benevento)  edito a cura di Laura Meli Bassi e Gino Fistolera: “Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti ed incendiarlo. ...Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti”.
    Fucilazione di Vincenzo Petruccelli

Quale desolazione!”, ricorda il bersagliere con raccapriccio: “Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti…”
Come andassero intesi questi “briganti”. Banditi? Patrioti? L’uno e l’altro? Eppure, di questa e di altre migliaia di pagine come questa vengono taciute, nascoste!
    La banda Giordano - Cerreto Sannita.

                                                         Brigante Carmine Crocco

"E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà..." – Carmine Crocco

Giuseppe Nicola Summa (Ninco Nanco)


                             Il brigante Cateno Martuccci (Banda Muro Lucano)


                           Brigantessa Michelina De Cesare (Banda Muro Lucano)


              Brigante e Brigantessa 

                         Brigantessa Filomena Pennacchio

Brigantesse

Esistono retoriche e simbologie assai efficaci a catturare l'animo umano. Fra queste, la retorica di guerre patriottiche e nazionalistiche che si basa sul racconto di eventi storici che suscitano orgoglio, commozione e senso di trascendenza morale. Per ottenere questo risultato, le autorità si mostrano disposte anche a mistificare gravemente i fatti, creando falsi eroi o false imprese eroiche. E' il caso degli eventi che portarono all'unità d'Italia, passati alla storia come "Risorgimento italiano". A scuola ci hanno raccontato una montagna di bugie, ci hanno fatto credere che tutti gli italiani volevano l'unità, unico obbiettivo era quello di cacciare dal Sud i Borbone, oppressori e tiranni. Questa è la più grande menzogna architettata a pennello per giustificare uno tra i più gravi genocidi della storia moderna, forse anche più del Nazismo. Personaggi come Garibaldi, Bixio, Cavour, Vittorio Emanuele II, non è un'esagerazione, oggi, alla luce delle verità storiche, paragonarli ai più spietati gerarchi nazisti. In una lettera mandata da Bixio alla moglie si legge:" La Sicilia è un Paese che bisognerebbe distruggere e mandarli in Africa a farsi civili". Certamente Cavour non aveva nessuno interesse a migliorare le condizioni del Sud, visto che lui apparteneva all'aristocrazia piemontese, la sua famiglia era tra le più ricche del Piemonte.  Mentre, l'unico progetto di Vittorio Emanuele era quello di distruggere una tra le più grandi potenze europee, il regno borbonico e spogliare il Sud di tutti i suoi averi e così fu! E con quali nazioni si allea? Inghilterra e Francia. Ma di questo si discuterà in altra sede.
Lo sbarco di Marsala dell'11 Maggio 1860, in realtà fu favorito dalla flotta inglese, ormeggiata nel porto di Marsala. Tra i garibaldini c'erano ogni sorta di criminali, come aveva scritto lo stesso Garibaldi, Crispi arruolava di tutto: ladri, assassini, stupratori e delinquenti di ogni genere. Lo stesso Garibaldi, prima che venisse definito dalla propaganda "eroe dei due mondi" era considerato un criminale avendo praticato il traffico di schiavi, il saccheggio e il massacro indiscriminato in guerra. Così, l'impresa dei mille fu la più grande bugia storica mai raccontata: i Borbone avevano un esercito composto di 250. 000 mila soldati, ma in Sicilia ne mandarono circa 2500, probabilmente con l'ordine di non combattere. Le grandi vittorie contro l'esercito borbonico furono pura invenzione. Gli sconfitti, in realtà furono contadini e pastori siciliani, calabresi, lucani, napoletani, pugliesi, molisani e abruzzesi. Guarda caso, dell'impresa dei Mille non si sa praticamente nulla, se non le favole da raccontare ai bambini prima di dormire. Nel febbraio del 1861 fu dato incarico ad Ippolito Nievo, che era il responsabile amministrativo della missione dei mille, di recuperare la documentazione in merito e portarla a Torino, ma stranamente la nave che la trasportava affondò... E così, la documentazione rimase sepolta per sempre in fondo al mare...!  
Ma il genocidio di un intero popolo arrivò al culmine proprio a partire dello sbarco di Marsale: interi paesi furono bruciati, saccheggiati, centinaia di migliaia di povera gente fu trucidata senza pietà. A Fagnano Castello, in provincia di Cosenza, per esempio, furono fucilati in piazza 160 contadini solo perchè erano sospettati di essere imparentati con i briganti. Nel carcere di San Sosti (CS) vennero ammassati decine di briganti e sospettati di brigantaggio in spazi angusti, condizioni sovrumane, tanto che in un comunicato dello stesso Fumel si legge: “sarebbe il caso di sgomberare le galere del Municipio di Santo Sosti dal momento che i topi hanno incominciato a mangiare i detenuti e si sente un gran fetore anche a molta distanza”. Con il termine “sgomberare” Fumel intendeva certamente, non liberare i detenuti.
Pontelandolfo, Fagnano e San Sosti sono solo tre esempi di sterminio indiscriminato e ingiustificato che i criminali garibaldini prima e l’esercito di occupazione piemontese poi portarono a termine nel Sud della Nostra Penisola. L’unità dell’Italia è basata su un mare di sangue, il sangue di contadini e pastori che, che la storia ufficiale ha chiamato “Briganti” ma che in realtà era la povera gente che difendeva la loro terra la loro casa, la loro famiglia dall’invasore straniero. All’inizio del Novecento era più di un milione di morti il bilancio della cosiddetta "guerra per l'unità".

LA STRAGE DI FAGNANO CASTELLO E SAN SOSTI: PIETRO FUMEL UN DEMONIO CHE LA STORIA HA PRESENTATO 
COME UN EROE
Il genocida garibaldino Pietro Fumel

L’esercito invasore savoiardo o neo-italiano nel tentativo di reprimere chiunque non accettasse di buon grado l’invasione e la vessazione italiana, decise di sedare le ribellioni di intere città dove le popolazioni si erano permesse di ribellarsi alle sevizie e all’arroganza dei soldati conquistatori, all’oppressione fiscale dei politici italiani da poco insediatisi ma già abbondantemente farabutti.  Così si diede sfogo ai più bassi istinti su popolazioni inermi con decapitazioni, sevizie, roghi umani e tutto ciò che l’immaginazione di questi “eroi” creava si trasformata in realtà ed ha dato origine a una delle infinite pagine ingloriose dell’esercito italiano incapace di vincere con i forti ed arrogante e forte con i deboli. Una pagina che gli storici si ostinano a chiamare “risorgimento”. Si censurò la vera storia e non per vergogna, ma per la paura che in Europa si sapesse che quello che si definiva “lotta al brigantaggio” era solo una sporca guerra di conquista combattuta non con un esercito ad armi pari ma con un esercito di contadini straccioni che volevano solo difendere quello che era loro. Ricordiamo che a tutt’oggi l’esercito proibisce l’accesso pubblico ai loro archivi storici.  Si è trattato di un vero e proprio genocidio attuato su ordini ben precisi e compiuto contro i popoli del sud della penisola italica. Successivamente alla nefasta unità d'Italia, si accese una violenta risposta del popolo all’occupazione militare del Regno perché tutti si accorsero che la situazione era profondamente peggiorata. E così l’esercito invasore rispose con i suoi uomini peggiori “i macellai” come il col. Pietro Fumel che fu mandato in Calabria (nel Cosentino) per domare il "brigantaggio". E la repressione attuata da Fumel fu spietata, perché usò i metodi più estremi per eliminare i partigiani delle Due Sicilie , ricorrendo alla tortura e al terrore, senza distinzioni tra "briganti" e "manutengoli" o presunti tali e a prescindere dalla minima osservanza di qualsiasi garanzia legale o umana. 
Briganti uccisi

Uccisione del Brigante Santaniello


Uccisione del Brigante Ninco Nanco


Uccisione del Brigante Antonio Caprariello

Le vittime venivano decapitate e le loro teste venivano impalate come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le "bande brigantesche" , altri cadaveri venivano gettati nei fiumi.  Persino il suo più stretto collaboratore, l'ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d'aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». Anche il macellaio garibaldino di Bronte Nino Bixio ebbe a dire: ‘Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di sangue’. Ma balzò agli onori (e disonori) della cronaca nell’inverno del 1863 a causa della fucilazione di un centinaio di cittadini di Fagnano Castello ritenuti briganti dalle forze armate. Erano tutti briganti? Certamente molti erano poveri contadini inermi, di 27 cittadini fucilati sono stati ritrovati i certificati di morte ed erano alcune personalità della comunità fagnanese che godevano di indubbia onorabilità come l’ex sindaco nonchè notaio e un paio di possidenti terrieri.  
In una lettera del carceriere garibaldino Francesco Fenoglio a Giuseppe Ricciardi si legge: “Faccio fatica a chiudere le porte delle gabbie perché sono troppi i galeotti stipati. I topi e le blatte hanno incominciato a nutrirsi della carne di questi poveri diavoli. Si sente un fetore nauseante anche a molta distanza della galera. Ho dovuto passare la calce cruda per tentare di coprire il puzzo insopportabile. Ho inviato una lettera anche al Colonnello Fumel di stanza a Fagnano”. La risposta di Fumel non si fece attendere a lungo. I carcerati vennero decapitati a colpi di accetta come bestie, i loro corpi furono bruciati in un grande rogo nello spiazzo dove attualmente sorge il palazzo municipale e le teste impalate all’inizio del paese come avvertimento.  
Una ricerca nell’archivio storico del comune di San Sosti, condotta grazie alla disponibilità ed alla collaborazione della Signora Gilda Daniele ha accertato che nei mesi tra Febbraio e Marzo 1863 i morti residenti furono 20: 18 contadini, un falegname, un armiere. Molti altri non sono rintracciabili poiché provenienti dai comuni vicini. 
 A distanza di oltre 152 anni il 16 agosto 2015 Fagnano ha ricordato le vittime dell’assurda barbarie piemontese con una targa posta in loro onore nella speranza che ciò possa almeno dare loro un poco di sollievo a queste povere anime. Oggi che conosciamo la nostra storia abbiamo l’obbligo morale e identitario di lottare per ricostruire l’appartenenza al nostro territorio, identità che fù strappata, squartata, disonorata nel momento in cui avvenne l’invasione garibaldesca e savojarda.


lunedì 20 febbraio 2017

E' disponibile presso "Martus Editore" il V Volume di "Tesori del Parco del Pollino - Kyniskòs il capione della Dea Era"


E' disponibile presso "Martus Editore" il V volume di Tesori del Parco del Pollino dedicato a Kyniskòs, atleta campione della dea Era ed alla scure martello (ascia votiva) di San Sosti, custodita presso il British Museum di Londra. Il volume contiene i risultati delle ricerche su questo personaggio storico realmente esistito e del dono che tributò alla divinità olimpica come ringraziamento per le sue vittorie sportive e militari. 

Per info: 
348 5425782
329 6851458
0981 61013
Mail- martuseditore@gmail.com

lunedì 23 gennaio 2017

NORVEGIA: STRAORDINARIA SCOPERTA SULLE ORIGINI DEI VICHIGNHI. Attestata la veridicità sull'Aquila di sangue.


  Dorset, Norvegia; Rituale vichingo II millennio a.C.

La notizia della scoperta è a cura di Emanuele Petrone, studente di Archeologia Nordica" presso l'Università di Foggia.

Due pile separate di ossa nei villaggio vichingo presso Dorset. Una conteneva solo le ossa dei corpi. In un'altra erano raggruppati i teschi di 54 Vichinghi. L'idea iniziale degli archeologi fu che i Vichinghi fossero stati sconfitti dagli occupanti del villaggio che assediavano, i loro corpi smembrati e poi seppelliti in una fossa comune. Ma le  teste fossero tagliate di netto da un colpo di spada frontale lascia qualche dubbio. Da attente analisi di laboratorio si è scoperto, invece che quei Vichinghi furono uccisi e poi sepolti seguendo un complesso rituale di smembramento dei corpi e decapitazione, secondo la migliore sceneggiatura di film horror. Si tratta di un rituale propiziatorio, secondo il quale bisognava placare le divinità e benedire la terra col sangue dei più valorosi guerrieri. Ma non si è trattato di una mattanza verificatasi in una sola volta, come si era pensato al momento della scoperta; si tratta di un luogo di culto frequentato per almeno un secolo. Ma le scoperte che hanno dello straordinario sono due essenzialmente: (1), tre scheletri presentano un particolare rituale chiamato dai Vichinghi "Aquila di sangue". Era la condanna che spettava ai traditori. Consisteva in una cerimonia espiatoria per la vittima designata che si era macchiata del crimine di tradimento: il re-sacerdote faceva inginocchiare la vittima senza che questa fosse legata, gli veniva aperta la cassa toracica dalla zona cervicale alla parte addominale, venivano tagliate delicatamente le costole, venivano estratti i polmoni e disposti a forma di ali di aquila, tutto questo mente il soggetto era ancora vivo e finalmente il sacerdote infilava la mano nella gabbia toracica e strappava il cuore. (2), gli scheletri e gli oggetti rituali risalgono alla prima metà del II millennio a.C.
Questa scoperta porta a riconsiderare tutto quello che era stato scrito sul popolo vichingo fino a questo momento e che ne collocava le origini al VII-VIII sec. d.C. 

Tuttavia, rimanevano gli interrogativi sul fatto che un popolo non può nascere ed avolversi dal nulla. Interrogativi, adesso che hanno trovano una prima, anche se perziale risposta: già nel II millennio a.C. esisteva un popolo di guerrieri che occupava la Norvegia e le terre del nord, che noi conosciamo col nome di Vichinghi. 

   Dorset, Norvegia; Pietra runica, II millennio a.C.

    Dorset, Norvegia; Rune incise su ossa umane, II millennio a.C.


                                                                         di:  Angelo Martucci

martedì 20 dicembre 2016

E' IN USCITA IL V VOLUME DI "TESORI DEL PARCO DEL POLLINO - Kyniskòs il campione della dea Era"

Copertina del V Volume

È in uscita l V volume di “Tesori del Parco del Pollino” interamente dedicato a Kyniskòs ed alla scure martello, il reperto più importante della Magna Graecia, insieme ai Bronzi di Riace, rinvenuto a San Sosti nel 1846, oggi custodito presso il British Museum di Londra.

Il volume contiene i risultati delle ricerche su Kyniskos, l’offerente della scure martello, uno dei reperti più importanti finora rinvenuto nella Magna Graecia, donato alla dea Era nella seconda metà del VI sec. a.C. La guerra, la palestra, il senso di lealtà verso la propria polis, l’orgoglio di appartenenza alla  propria stirpe, hanno fatto di uomo un mito, una leggenda, ricordato attraverso i secoli e celebrato dai più grandi artisti del mondo antico, primo tra tutti Policleto. A distanza di 2500 il mito di Kyniskos viene rievocato, ancora una volta, in occasione dei giochi olimpici del 2016 con una ricostruzione storica presentata ad Olimpia alla vigilia dell’apertura dei giochi.

sabato 17 dicembre 2016

EXCALIBUR: LA SPADA NELLA ROCCIA SI TROVA IN ITALIA

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena): la spada nella roccia, XII sec. d.C.

Rotonda di Monte Siepi (Siena).

 Galgano ebbe una gioventù improntata al disordine e alla lussuria, salvo in seguito convertirsi alla vita religiosa e ritirarsi in un eremitaggio vissuto con la medesima intensità con cui aveva precedentemente praticato ogni genere di dissolutezze.
Era un giovane violento, ma era destinato a cambiare vita e a diventare un Cavaliere di Dio come profetizzatogli da "Misser Santo Michele Arcangelo": ebbe infatti due visioni successive in cui l'arcangelo Michele gli indicò il suo percorso di vita.
Nella prima visione era tracciato il suo destino di cavaliere sotto la protezione dell'arcangelo stesso, mentre nella seconda l'arcangelo lo invitava a seguirlo.
Seguendo l'arcangelo Galgano attraversò un ponte molto lungo al di sotto del quale si trovava un fiume ed un mulino in funzione, il cui movimento simboleggia la caducità delle cose mondane.
Oltrepassato il ponte ed attraversato un prato fiorito, che emanava un profumo intenso e soave, raggiunsero Monte Siepi, dove, in un edificio rotondo, Galgano incontrò i dodici apostoli. Qui ebbe la visione del Creatore: fu quello il momento della conversione. In seguito, durante degli spostamenti, per due volte il cavallo si rifiutò di proseguire e la seconda volta, solo dopo una intensa preghiera rivolta al Signore, il cavallo da solo e con le briglie sciolte lo condusse a Monte Siepi, nello stesso posto dove la visione gli aveva fatto incontrare i dodici apostoli. Qui Galgano, non trovando legname per fare una croce, ne fece una infiggendo la propria spada nella roccia, quindi trasformò il proprio mantello in saio e come tale lo indossò.
Sentì anche una voce che veniva dal cielo che lo invitava a fermarsi in quel posto fino alla fine dei suoi giorni: iniziava così la sua vita da eremita, cibandosi di erbe selvatiche e dormendo sulla nuda terra. Lottò e sconfisse con la sua fermezza il demonio che lo tentava.

Durante la sua assenza per un pellegrinaggio alle basiliche romane, tre monaci invidiosi cercarono di estrarre la spada dalla roccia per rubarla, ma non riuscendovi la vollero rompere per oltraggio. Il castigo di Dio fu immediato: uno cadde in un fiume ed annegò, un altro fu incenerito da un fulmine ed un terzo fu afferrato per un braccio da un lupo e trascinato via, ma si salvò invocando Galgano. Secondo la leggenda, le mani mummificate conservate nell'attigua cappella del Lorenzetti sarebbero proprio quelle del monaco invidioso, ma probabilmente si tratta dei resti dei primi seguaci di San Galgano rinvenute nel luglio 1694 nel sagrato della Rotonda: la radiodatazione col C14 le fa effettivamente risalire al XII secolo, quindi contemporanee a San Galgano.

Galgano e la spada nella roccia

Al ritorno dal pellegrinaggio, Galgano trovò la spada rotta e provò un grande dolore, ritenendosi responsabile per essersene allontanato; Dio però, volendolo consolare, gli disse di ricomporre la spada posando il pezzo rotto sulla parte infissa nella roccia. Galgano obbedì e i due pezzi si saldarono perfettamente: la spada si ricostituì più forte di prima. L'episodio è raffigurato in un dipinto conservato nella Pinacoteca nazionale di Siena, opera di Giovanni di Paolo (1403-1482). L'eremita costruì poi un romitorio e vi condusse una vita di meditazione e preghiera fino al giorno in cui la voce di Dio, in una luce immensa, gli annunciò la sua morte.
Presenziarono alla tumulazione del suo corpo Ildebrando Pannocchieschi, vescovo di Volterra ed i vescovi di Siena e Massa Marittima.
Appena quattro anni dopo la sua morte, dopo che un'apposita commissione diretta dal cardinale Conrad di Wittelsbach ebbe condotto la relativa inchiesta, papa Lucio III lo proclamò santo.
Ma la spada nella roccia è legata al filone letterario franco-provenzale del XII secolo e al ciclo Carolingio, dove si narra che Artù avrebbe estratto la spada per regnare nel segno della giustizia divina. 

Artorius Castus (King Artur), 410 d.C.

Le scoperte archeologiche e letterarie degli ultimi decenni hanno fatto luce su due vicende apparentemente legate, ma anacronistiche: è ormai appurato che Artù, in realtà era un ufficiale romano il cui vero nome era Artorius Castus al comando della IX legione di stanza al Vallo di Adriano; il vallo è un muro fortificato lungo 117 km fatto costruire dall'imperatore Adriano nella prima metà del II sec. d.C. che divideva la Britannia in due regioni, quella a Nord era la terra dei Celti, popolazioni primitive organizzate in villaggi e governate da sacerdoti-guerrieri, i Druidi, cui si attribuivano capacità magiche e guaritrici. Quindi, anche la figura di Merlino è non inventata, bensì storica, realmente vissuto tra il IV e il V sec. d.C.

La vicenda di Artorius (Artù) non risale all'epoca di Galgano, in realtà si è verificata molto prima, cioè nel 410 d.C., quando le legioni romane abbandonarono la Britannia perchè era ormai indifendibile. Ha inizio una nuova pagina storica per l'Inghilterra ma bisognava creare il mito: la spada magica, forgiata con il sangue della Britannia, il guerriero celtico che la estrae dalla roccia riscatta la sua terra e la unisce sotto un unico potere. Ecco che Galgano viene identificato dalla letteratura provenzale con Artù.   



Angelo Martucci

sabato 1 ottobre 2016

IN VENDITA il II° Volume de "Tesori del Parco - Archeologia, Uomo e Territorio"

"Tesori del Parco - Archeologia, Uomo e Territorio"
Ecco il Secondo Volume della collana "Tesori del Parco", edito dalla Martus Editore.
Si tratta di pubblicazioni scientifiche che vanno ad arricchire il panorama editoriale dedicato al territorio del Parco Nazionale del Pollino.

Il libro, narra la storia insediativa e l'antropizzazione tra uomo e territorio del Pollino, dalla Calabria alla Basilicata, dal Neolotico al tardo Medioevo... un viaggio entusiasmante verso la scoperta e la conoscenza delle attività che l'uomo, nel corso di millenni, mise in atto per adattare il territorio alle proprie esigenze.
Il resto lo potrete scoprire solo leggendo il libro...

Il volume è in vendita presso il Museo "Artemis" di San Sosti.
Siamo aperti da lunedì a sabato dalle ore 9.30 alle 12.30.
Contatti: 098161013 - museoartemis@gmail.com
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